Non mi ricordo più tanto bene, di Gérard Watkins, regista londinese ma francese d’adozione dopo aver vissuto in Norvegia e USA, esplora il disagio psichico che è intorno a noi, un ”noi” che a volte si insinua a piccoli passi e subdolamente. Siamo catapultati tragicamente in un ambito che solo dopo si scopre quale spaccato familiare peraltro spesso vicino alle nostre esperienze vissute come la demenza senile o l’alzheimer. Il corpo è intatto o quasi ma la mente inizia a vacillare, a porsi domande sulla propria ed altrui identità mettendole in discussione o semplicemente non riconoscendole. Il titolo in francese presenta, infatti, proprio il termine ”identità” una parola, anzi un concetto che ricorre in tutta la pièce teatrale dall’inizio alla fine in un crescendo di recriminazioni che all’inizio sembrano quelle che potrebbero sottendere ad un rapporto medico-paziente ma che ben presto si rivelano essere quelle di due figli che al limite dell’esperimento psicologico tentano ambiguamente di ”recuperare” tardivamente un rapporto col genitore. L’anziano papà è stato paradossalmente uno storico forse famoso, sicuramente ancora ben ”allenato” nei ricordi altrui, nei far riemergere date ed eventi storici m forse poco allenato a fare riemergere emozioni familiari, legami affettivi, forse troppo trascurati. Emerge con forza la figura femminile, giovane, esplosiva emotivamente ma cinicamente concentrata verso un obiettivo di ”recupero” di chi all’inizio sembra un vero e proprio caso clinico. La seconda figura maschile appare più come il ”poliziotto buono”, il mediatore ma anche lui convolto in un gioco di identità perdute, in un esperimento relazionale affettivo. Gli attori sono tutti e tre bravissimi, intensi nella loro presenza scenica e nella forza dei dialoghi e dei numerosi monologhi ma su tutti eccelle Carlo Valli, voce inconfondibile di Robin Williams che ironia della sorte, dopo il suicidio, si scoprì soffrisse proprio di una malattia neurodegenerativa simile all’Alzheimer e al Parkinson.